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FAMIGLIE. SOLO DI NOME

FAMIGLIE. SOLO DI NOME

E’ da un po’ di tempo che volevo scrivere questo articolo, perché il lavoro che faccio mi porta spesso a confrontarmi con questo tema e non fa che ricordarmelo ultimamente.

In questi anni ho conosciuto tante storie di famiglie, storie raccontate con sofferenza, a volte vergogna, storie che mai avrei immaginato di sentire.

Sui libri di psicologia clinica si leggono tante cose, madri che ammazzano, padri che violentano, o semplicemente che ignorano o denigrano, rovinandoci per sempre quel periodo sacro che dovrebbe essere l’infanzia.

Ma sentirlo dal vivo è ben altra storia, fa davvero capire che non c’è limite al peggio, che nelle case succedono tante cose che noi non sappiamo e che nemmeno immaginiamo.

Sono innumerevoli le ferite che ho visto provocate da famiglie che non fanno (o almeno tentano di fare) il proprio dovere educativo e affettivo e ancora mi sconvolgono certe questioni e avvenimenti.

Resto composta quando mi vengono confidati certi fatti ma dentro mi ribolle il sangue.

Che strumenti abbiamo per difenderci dal passato? E con cosa possiamo chiudere certe ferite aperte e certi conti che ci hanno rovinato la vita e ancora continuano a farlo?

Il primo passo, credo, che va fatto è quello di prendere distanza dai propri genitori, distanza psicologica intendo. Ovvero realizzare ed accettare che accade molte volte che i genitori siano soltanto GENITORI BIOLOGICI.

Ci hanno messo al mondo, nutrito, dato un tetto e istruito, ma non sono MAI diventati GENITORI AFFETTIVI. Hanno solo fatto dei grandi casini e danni.

Dirlo a noi stessi può aiutarci a smettere di aspettarci ciò che mai arriverà da certe persone e imparare a farne a meno.

E significa anche dire a se stessi che, ok, “è andata così” e non è stata colpa nostra. E’ andata così e basta, è stato tremendo, ma se il passato non si può cambiare il futuro sì.

E non possiamo permettere che due persone che non hanno voluto o saputo fare i genitori si prendano altro tempo oltre alla nostra infanzia, dobbiamo andare avanti, al costo di farlo da soli e sulle nostre sole gambe.

In un mondo perfetto i futuri genitori dovrebbero essere sottoposti agli stessi test dei genitori adottivi, e se qualcosa non torna essere seguiti, periodicamente.

Ma non è così e allora va a finire che quando la porta di casa si chiude può succedere davvero di tutto.

Ma noi dobbiamo andare avanti, dobbiamo metterci in piedi, davanti allo specchio e decidere che anche se è stato tremendo non può finire così, che qualsiasi cosa sia accaduta abbiamo il diritto e il dovere di sognare e costruire altro.

I genitori non li scegliamo noi, ma possiamo scegliere di provare a far sì che non ci facciano più del male che già ci hanno fatto.

Possiamo cioè decidere di voler crescere e andare oltre, facendo i conti con i dolori che ci hanno provocato ma soprattutto smettendo di aspettare di avere una mamma o un padre ideale che mai avremo, ma cercando di diventarlo noi per noi stessi.

Essere madre di sé significa non aspettare che qualcuno si prenda cura di noi, ma farlo noi per primi, imparare a far forza sulle proprie risorse e smettere di pensare a ciò che è stato.

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2 Commenti
  1. Grazie per queste parole, mi hanno toccato profondamente.. oltre a ciò proverò a renderle concrete nella realtà di tutti i giorni…quando tutto ci sembra nero… uno spiraglio di luce, che ci dia la forza per superare certi ricordi… essere genitori di noi stessi.

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