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Lavorare sul Giudice interno

Quanti di noi non si sono mai sentiti giudicati dagli altri? E ancora di più quanti sentono che dentro di sé abita un Giudice che ha sempre la sua da dire? Spesso arriva dopo che abbiamo vissuto delle esperienze e suona più o meno così: ” Potevi fare meglio.” “Ma perchè non le hai detto così?” “Ma che figura! Ma come ti è venuto in mente?” E via di seguito…
A volte la sensazione è di non farne giusta una, che ci sia sempre un ideale da raggiungere ma che di fatto tale ideale sia irraggiungibile. Irraggiungibile perché non tiene conto delle mille sfaccettature della realtà, interna ed esterna. E ipotizza delle conseguenze tragiche che poi non si verificano mai.

Questo giudice l’ho visto comparire in terapia sotto tanti aspetti. Si è presentato spesso in modo terrifico, tutto nero, mostruoso e indefinito. Oppure come una vecchia signora saputella che aveva sempre l’ultima parola, molto saccente e superba. Altre volte ancora come un vero e proprio giudice del tribunale, con il parruccone e una voce tonante. Non è mai rappresentato come un bambino, anzi spesso il bambino raffigura la parte autentica di sé, quella emozionale e più vera, quella che di fatto subisce il parere del giudice intransigente. Da una parte un giudice severo e dall’ altra un bambino che vorrebbe tanto che smettesse di farlo sentire così sbagliato.

Come si lavora su questa Parte interna? Si lavora prima di tutto come sempre vedendolo e prendendone atto. Concretamente significa fare caso a quando ci sono pensieri che sembrano arrivare da quella parte di sé, che tipo di pensieri sono, come e quando si originano, con quali persone e situazioni. Si fa insomma una sorta di foto della situazione interna. Poi si cerca di non agire sulla scia di questi pensieri. Si sospende completamente l’azione che potrebbe derivare dal sentirsi inadeguati.

La consapevolezza è come una luce che illumina e rende chiaro ciò che di solito passa sotto silenzio, vive di automatismi. Lavorare sulla parte di sè che giudica significa quindi inziare a mettere in discussione queste sentenze. Se il giudice dice: “Hai sbagliato!” Bisogna iniziare relativizzando il giudizio, ovvero chiedersi: “sbagliato per chi?” ” e io cosa ne penso?” E anche se so di aver sbagliato, in fondo, è così grave? Cosa mai mi succederà?

Il giudice interno spesso è il frutto di interiorizzazione di figure educative con cui siamo cresciuti, che a volte con il desiderio di farci tirare fuori il meglio perdono di vista tutto il meglio che già siamo e facciamo. E che forse il loro progetto per noi non corrisponde al nostro per noi stessi.

Quello che serve dentro non è tanto un giudice quanto uno spirito critico, la possibilità di mettersi in discussione, di tendere al meglio e cercare di darsi degli stimoli. Un giudice che sentenzia non lascia aperto a soluzioni ma chiude, tronca ogni possibilità. Serve un giudice che diventi alleato, che aiuti a capire dove si vuole andare e come farlo, che possa quindi entrare in comunicazione con la nostra parte più vera e autentica, che la rispetti pur spronandola.

Concludo portando l’esempio di un’atleta che ho seguito tempo fa e che viveva ogni allenamento con frustrazione e patimento, concentrandosi su quello che non riusciva a fare e sulle sue mancanze, più che sui suoi successi. Al punto da arrivare a soffrire di ansia, con notevoli effetti sulla prestazione sportiva. Il lavoro è stato prima di tutto di identificare quella parte di sé giudicante, darle forma, volto e parole, stare a guardarla, più e più volte. E poi iniziare a metterla in discussione, risponderle, farle capire che si sentiva soffocato e stanco da questi continui giudizi. Piano piano questi giudizi sono diventati sempre meno pesanti ed è passato da dirsi “Non vai bene” a dirsi “Cosa posso migliorare?”, oltre ad obbligarsi a vedere cosa si era fatto bene, cosa andava premiato del proprio agire. Altro punto importante è stato quello di ancorarsi alla realtà, ai ritorni che arrivavano dagli altri, alla loro osservazione, Possibile che siano tutti meravigliosi tranne me?

Non esistono persone perfette e infallibili, esistono persone che potrebbero fare meglio ma che a guardare bene non fanno poi così male. Questo è il punto da cui partire.

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